la Rete delle Rose Rosse

dal Sud riparte un progetto aperto alla società civile per un nuovo PD

Alfonso Pascale

Rosso antico: una storia di vita nel Pci e nella Cgil e un bilancio politico

Ettore Combattente non ha scritto semplicemente un libro di memorie sebbene “Rosso antico” abbia come sottotitolo “Memorie di vita di sezione e di sindacato”. E’ un bilancio severo del proprio percorso di dirigente del Pci e della Cgil a Napoli, senza narcisismi, senza nostalgie, senza acrimonia, senza pentimenti, ma tracciato con affetto, ironia ed un forte senso critico. Un bilancio che i gruppi dirigenti attuali non hanno mai nemmeno avviato, approfittando di congiunture che li hanno favoriti. Si tratta, infatti, della presa d’atto che il Pci, non volendo rompere mai in via definitiva con l’Urss, fallì storicamente il suo tentativo di trasformarsi in un normale partito democratico in grado di portare il suo contributo pieno alla storia del governo della repubblica. Nonostante fosse un grande partito di massa, capillarmente diffuso nelle pieghe della società italiana, si conservò in un involucro anacronistico e avverso alla sua natura. E quindi contribuì a tenere bloccato il sistema politico ancora negli anni Settanta e Ottanta, quando era diventato terribilmente urgente rispondere politicamente alla domanda di rinnovamento che la società italiana aveva posto nei decenni precedenti. Non è questione da lasciare solo agli storici, per catalogare gli eventi in base ad esigenze di perfezione filologica: investe in pieno il dibattito politico attuale perché alle nuove generazioni servono le immagini vive – non necessariamente “fedeli” ma vissute - dell’esperienza comunista, con il grande carico di umanità che essa portava con sé insieme alla diffusa capacità di assumersi come propria la sofferenza di tanti, che solo i protagonisti - e a maggior ragione chi tra essi ancora oggi fa politica - possono trasmettere attingendo alla propria memoria.
Non mi soffermerò sulle molteplici attività svolte da Combattente: dai “congressi del popolo per la rinascita” lanciati da Amendola nel 1954 all’impegno in prima fila nelle sezioni del Pci di Chiaia Vetriera e di Miano; dall’organizzazione dentro la Cgil degli “orchestrali liberi”, quelli che non avevano un posto fisso in un teatro, alla fondazione di nuove associazioni come quelle dei commercianti e degli ambulanti; dalla collaborazione fornita a Rosi per le riprese de “Le mani sopra la città”, a cui partecipò anche il segretario della Camera del lavoro, Carlo Fermariello, per un ruolo di co-protagonista a fianco di Rod Steiger, all’esperienza di insegnante elementare per tre anni a S. Giovanni a Teduccio; dall’attività di dirigente della Cgil Scuola a quella tra i portuali e poi, con il terremoto del 1980, alla direzione del Comprensorio Vesuviano Esterno per passare successivamente allo Spi Cgil.
Mi ha colpito l’insistenza su di un punto che sembra a me – e forse anche a Combattente - cruciale per comprendere la vicenda dei comunisti.
Nelle sezioni di partito si svolgevano negli anni Cinquanta e Sessanta attività sociali di grande rilevanza. Vi erano medici che gratuitamente assistevano persone bisognose in laboratori di fortuna, come il cardiologo Vittorio De Franciscis, o personalità come Rascid Kemali, figlio di un funzionario dello Stato italiano in Libia, di origine turca, che aveva la fama di “avvocato dei poveri”. Centinaia di attivisti garantivano ogni forma di accompagnamento a individui e famiglie nel disbrigo di pratiche e di ogni altra incombenza.
A seguito delle nevicate del 1956, coi cantieri fermi e la città nella morsa di un freddo insolito, si aprì una vertenza cittadina per avviare lavori socialmente utili come la spalatura della neve. Quando a Napoli scoppiò il colera del 1973, le sezioni del Pci, diversamente dalle amministrazioni pubbliche, dimostrarono una grande efficienza nel realizzare una vaccinazione di massa in poco tempo grazie alla mobilitazione di centinaia di giovani.
Questa forte capacità di aderire al tessuto connettivo dei ceti più poveri di Napoli, il cosiddetto popolino, che viveva in modo precario e privo di servizi essenziali, si traduce nella stagione dei movimenti della seconda metà degli anni Sessanta in una partecipazione attiva – da parte di questi ceti - alle lotte sociali.
Nel suo racconto Combattente insiste molto nella funzione educativa svolta dal Pci e dalla Cgil per far acquisire al popolino la cultura dei diritti e ottenere, dunque, una larga partecipazione alle lotte che hanno portato alle conquiste legislative sul lavoro e sui diritti sociali.
Andrebbe però sottolineato anche un altro aspetto. L’ansia di rinnovamento insita in quelle lotte era alimentata da una forte carica liberatoria: la soggettività, che non metteva in discussione solo il legame tra consumi e bisogni essenziali ma anche il rapporto tra politica e società. Dinanzi a processi di sviluppo in cui l’innovazione tecnologica aveva assunto un finalismo totalizzante, gli spazi aperti venivano cementificati senza alcun criterio razionale e l’organizzazione politica e sociale assumeva forme dirigistiche e di massificazione indistinta e anonima, i nuovi soggetti sociali che provenivano in gran parte da sub-culture fortemente individualistiche (sia nelle città che nelle campagne) hanno reagito per sollecitare la riconduzione del modello di sviluppo al fondamento individuale della democrazia occidentale, riproponendo la centralità della persona.
Combattente mette in risalto il dissenso dei ceti intellettuali nei confronti del Pci, che si attarda nel mantenere i legami con l’Est, ma non sottolinea abbastanza un disagio più diffuso che investe tutte le pieghe della società e che si rivolge criticamente anche verso la sinistra.
Quella domanda latente di cambiamento i comunisti non avrebbero potuto né suscitarla né alimentarla perché riguardava proprio le loro rigidità ideologiche con cui affrontavano i temi del mercato e dello sviluppo capitalistico, del nesso tra eguaglianza e libertà, del ruolo della donna nella coppia e nella società, dell’etica della responsabilità, della libertà religiosa e delle relazioni tra chiesa e società, dei diritti civili, della salvaguardia del merito, del rapporto uomo-natura. Certo vi erano differenze e sensibilità diverse tra “operaisti” e “riformisti” ma vi era anche un enorme ritardo culturale complessivamente, soprattutto a livello di base, e i gruppi dirigenti non vollero mai avviare una decisa azione per superarlo.
Quella domanda di adeguamento è rimasta inevasa fino ai giorni nostri perché richiedeva e richiede un confronto politico aperto tra posizioni diverse e una capacità di gestire processi di democrazia partecipata per pervenire a posizioni condivise.
E’ forse in questo modo che si può spiegare perché negli anni Settanta la spinta al lavoro si traduce nella richiesta del “posto stabile e sicuro” e nel principio “del lavoro a chi lotta” dei comitati dei disoccupati organizzati.
Nel libro si raccontano episodi raccapriccianti che denotano il livello di illegalità e di violenza raggiunto da questi organismi nei rapporti con le amministrazioni comunali capeggiate da Maurizio Valenzi, con il Pci e coi sindacati. Come si fa ad intervenire per dare pari opportunità e capacità a partire dai più deboli sotto una pressione fatta di ricatti, prepotenze, violenze, prevaricazioni, collusioni con la camorra? Eppure il Pci e la Cgil hanno preferito convivere con tali spinte per non cimentarsi con l’elaborazione e la pratica di adeguate politiche del lavoro e per lo sviluppo e si sono fatti travolgere dalla continua emergenza. Il sistema politico complessivamente ha utilizzato i comitati come forme nuove di organizzazione del consenso, ma fu esso stesso strumentalizzato subendo pressioni sulle istituzioni da parte della camorra.
Nella prefazione di Biagio De Giovanni si afferma senza mezzi termini che “l’Italia non ha mai avuto un’esperienza socialdemocratica, e oggi è troppo tardi, sarebbe come una ‘minestra maritata’ (noi napoletani sappiamo che cosa è) riscaldata e sostanzialmente immangiabile”. C’è infatti bisogno di una cultura politica democratica che ricostruisca il concetto di eguaglianza non come appiattimento delle differenze ma come valorizzazione delle diverse capacità delle persone, da sostenere non solo nelle condizioni di partenza ma nel corso della vita di ciascuno, e dia il giusto peso al merito nel riconoscere e valorizzare le capacità delle persone.
Da questi principi non era distante solo la cultura politica del Pci ma è lontana anche quella della sinistra europea. Tuttavia, solo se saremo capaci di impostare le nostre proposte di governo sulla base di tali principi, potremo tornare a riprogettare il futuro assumendoci concretamente su di noi le sofferenze di tanti, come avveniva nelle sezioni comuniste e nelle camere del lavoro di un tempo.
Quel clima che Combattente ci racconta con così intensa partecipazione può apparire un "idiotismo della vita rurale" (di cui parlano Marx ed Engels, nel "Manifesto" del 1848, quando elevano l'inno ditirambico all'emergente borghesia), ma le generazioni che sono venute dopo sappiano che la sua perdita è un tragico impoverimento dell'esperienza umana.

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Angelo Anamorfo Commento da Angelo Anamorfo su 10 Agosto 2009 a 22:15
non sono affatto convinto che la sinistra europea, quella socialdemocratica, sia lontana da "una cultura politica democratica che ricostruisca il concetto di eguaglianza non come appiattimento delle differenze ma come valorizzazione delle diverse capacità delle persone". Sono anzi convinto del contrario. Andiamo in Inghilterra o in Svezia e vediamo se si valorizza il merito e le capacità individuali o no. Ciò detto io non faccio questioni di termini e sono d'accordissimo sui contenuti molto ma molto interessanti di questo libro e soprattutto delle considerazioni che tu fai in modo critico anche su di esso- Purtroppo noto che dentro il PD se si sente la parola sinistra si pensa a Bersani, se uno dice "socialdemocratico" si pensa che si voglia tenere fuori qualcun'altro, i cattolici per esempio. Non ci capisco molto ma io vengo dai libri e non dalla vita di partito e quindi uso i termini per quello che sono. E' evidente che c'é dietro una anomalia tutta italiana dovuta alla storia del PCI e del PSI. Qui si dice "democratico" come se fosse una categoria nuova che si pone più a destra di "socialdemocratico". Accetto questa terminologia e mi adeguo. Basta che ci intendiamo sui contenuti. Grazie di cuore per questo bel contributo
Alfonso Pascale Commento da Alfonso Pascale su 11 Agosto 2009 a 9:03
Caro Angelo, grazie a te per aver commentato la recensione.
So benissimo che la sinistra europea e soprattutto quella blairiana ha individuato nell’uguaglianza delle opportunità un principio costitutivo di alcune politiche. Ma queste si sono limitate ad eliminare alcune barriere d’accesso e ad assicurare parzialmente un reddito minimo.
L’aspirazione principale degli individui è, tuttavia, quella di disporre delle facoltà per raggiungere i propri obiettivi. Si tratta di creare le condizioni perché tutti possano scegliere di esercitare quell’insieme di capacità – intese come possibilità di attività – per vivere una vita dignitosa.
L’”approccio delle capacità”, sviluppato in filosofia da Martha Nussbaum e in economia da Amartya Sen, è una teoria che si iscrive nel pensiero liberaldemocratico ma che può trasformarsi in proposte politiche concrete solo se si confronta e si integra con la cultura politica socialdemocratica.
In un recente libro dal titolo “Le nuove frontiere della giustizia” (Il Mulino, 2007), la Nussbaum affronta i temi di come garantire la piena realizzazione delle persone con disabilità fisiche o psichiche e come estendere la giustizia alle persone prescindendo dal luogo in cui vivono e non discriminandoli per la loro provenienza. Ebbene questi problemi non si possono affrontare solo con l’approccio delle pari opportunità o dell’abbassamento delle barriere d’accesso. Sia la cultura socialdemocratica che quella liberaldemocratica da sole sono insufficienti per affrontare questi temi.
Hai perfettamente ragione quando denunci un uso inappropriato di alcuni termini nel Pd.
Io ritengo che il Pd debba darsi un’identità di centrosinistra (senza trattino), un’identità democratica (dal nome del partito), che non significa cancellare il patrimonio storico della sinistra o del riformismo cattolico ma di collaborare per integrarli e dar vita ad una cultura politica nuova che non si colloca a destra o a sinistra di quelle precedenti ma tende a superarle.
Ciascun iscritto lo dovrebbe fare partendo dalla propria storia e dalla propria cultura, che può essere di sinistra o socialdemocratica o liberalsocialista o liberaldemocratica o cattolica o ambientalista o altro ancora. Ma sarebbe assurdo oltre che grottesco ritenere che queste culture - che vivono in modo diffuso nella società non solo italiana - possano ridursi a formare delle correnti del Pd.
Inoltre, sarebbe estremamente utile che i dirigenti del Pd che provengono da esperienze politiche come quelle del Pci, del Psi o della Dc facciano come Ettore Combattente: traccino un bilancio politico del loro percorso, dando un proprio giudizio alle diverse vicende che lo hanno coinvolto e tentino di trasmettere alle nuove generazioni la memoria perché partiti senza radici sono destinati a non crescere.
Trasmettere la memoria è un dovere della politica e per un partito nuovo come il Pd è un aspetto fondamentale da curare: dovrebbe essere un’attività da organizzare collegandola alla formazione politica.
Angelo Anamorfo Commento da Angelo Anamorfo su 11 Agosto 2009 a 21:25
Molto convincente. In fin dei conti partiamo dal Sud e non è stato il Sud un tempo laboratorio del pensiero liberalsocialista? Ne so poco ma cosa ne è stato di quella tradizione?
Pragmaticamente so solo che il termine centrosinistra non mi piace. Quale altra sinistra dovrebbe esserci a sinistra? Se la risposta è SeL Rifondazione e i No Global non ci siamo. Sono forze che si propongono una fuoriuscita dal sistema, forze antagoniste, forze che in democrazia possono trovare spazio ma che sono fuori appunto dal Sistema. Il sistema deve invece configurarsi pienamente individuando due poli che si traducono in alternanza di governo. Questi due poli sono uno a destra e uno a sinistra. Introdurne un terzo o un quarto (perché se esiste un centrosinistra esiste anche un centrodestra e quindi anche una sinistra e una destra) vuol dire per me allontanare una vera riforma della politica che è la prima cosa da fare in Italia.
Volendo chiosare per chiarezza io non mi sto ponendo il problema di cosa deve essere il PD ma di quale sistema politico dare all'Italia perché si compia davvero un passaggio da una Prima ad una Seconda Repubblica. Chi lavora perché questo non avvenga è un criminale per quanto mi riguarda! Tertium non datur, chi si oppone al bipartitismo è giusto che lo faccia perché si ritorni pienamente alla Prima Repubblica e si ripristini il proporzionale puro e non si tocchi la Costituzione. Le altre posizioni mi sono tutte sospette. Da ciò consegue che per chiarezza io sarei per dire che vogliamo costruire il partito della sinistra dentro un sistema bipartitico democratico. Per il resto anche io credo che tutta la sinistra abbia compiuto un processo storico che si chiude pienamente riconoscendo l'ambito liberale e non solo democratico del proprio scenario storico. Non stiamo lavorando per un "nuovo mondo possibile" ma per governare al meglio quello esistente sapendo che il problema è la complessità e la globalizzazione, che aprono a processi di trasformazione di cui al momento sappiamo davvero poco.
Alfonso Pascale Commento da Alfonso Pascale su 11 Agosto 2009 a 23:30
Sottoscrivo in pieno le tue considerazioni. Anch'io sono per compiere definitivamente il passaggio da una Prima ad una Seconda Repubblica con un sistema politico bipolare che tenda al bipartitismo. Ma questo risultato è possibile solo se il Pd fa proprio questo obiettivo, operando per diventare il primo partito d'Italia. Si tratta di contrastare la prospettiva di un grande partito di centro, perseguita da Casini, conquistando noi il consenso degli operai che votano Lega e settori del ceto medio che votano Pdl. E di proporci come perno di un'alleanza di forze politicamente e programmaticamente omogenee: mondo socialista, galassia radicale, sinistra critica ma di governo (quella che fa capo a Vendola e a Fava per intenderci).
Penso che nel Pd la mozione Franceschini sia quella che più coerentemente persegue questo obiettivo.
C'è un filone meridionalista - è vero! - nel pensiero liberalsocialista che andrebbe recuperato: Guido Dorso, Manlio Rossi-Doria, Ernesto Rossi, Paolo Sylos Labini, Adriano Olivetti ed altri. Oggi che la crisi economica ci offre l'occasione di tornare a ri-progettare il futuro, nel nuovo contesto della complessità e della globalizzazione, quel filone di pensiero andrebbe ripreso perché è ricco di intuizioni e suggestioni molto utili per affrontare i problemi dell'oggi.

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