Ettore Combattente non ha scritto semplicemente un libro di memorie sebbene “Rosso antico” abbia come sottotitolo “Memorie di vita di sezione e di sindacato”. E’ un bilancio severo del proprio percorso di dirigente del Pci e della Cgil a Napoli, senza narcisismi, senza nostalgie, senza acrimonia, senza pentimenti, ma tracciato con affetto, ironia ed un forte senso critico. Un bilancio che i gruppi dirigenti attuali non hanno mai nemmeno avviato, approfittando di congiunture che li hanno favoriti. Si tratta, infatti, della presa d’atto che il Pci, non volendo rompere mai in via definitiva con l’Urss, fallì storicamente il suo tentativo di trasformarsi in un normale partito democratico in grado di portare il suo contributo pieno alla storia del governo della repubblica. Nonostante fosse un grande partito di massa, capillarmente diffuso nelle pieghe della società italiana, si conservò in un involucro anacronistico e avverso alla sua natura. E quindi contribuì a tenere bloccato il sistema politico ancora negli anni Settanta e Ottanta, quando era diventato terribilmente urgente rispondere politicamente alla domanda di rinnovamento che la società italiana aveva posto nei decenni precedenti. Non è questione da lasciare solo agli storici, per catalogare gli eventi in base ad esigenze di perfezione filologica: investe in pieno il dibattito politico attuale perché alle nuove generazioni servono le immagini vive – non necessariamente “fedeli” ma vissute - dell’esperienza comunista, con il grande carico di umanità che essa portava con sé insieme alla diffusa capacità di assumersi come propria la sofferenza di tanti, che solo i protagonisti - e a maggior ragione chi tra essi ancora oggi fa politica - possono trasmettere attingendo alla propria memoria.
Non mi soffermerò sulle molteplici attività svolte da Combattente: dai “congressi del popolo per la rinascita” lanciati da Amendola nel 1954 all’impegno in prima fila nelle sezioni del Pci di Chiaia Vetriera e di Miano; dall’organizzazione dentro la Cgil degli “orchestrali liberi”, quelli che non avevano un posto fisso in un teatro, alla fondazione di nuove associazioni come quelle dei commercianti e degli ambulanti; dalla collaborazione fornita a Rosi per le riprese de “Le mani sopra la città”, a cui partecipò anche il segretario della Camera del lavoro, Carlo Fermariello, per un ruolo di co-protagonista a fianco di Rod Steiger, all’esperienza di insegnante elementare per tre anni a S. Giovanni a Teduccio; dall’attività di dirigente della Cgil Scuola a quella tra i portuali e poi, con il terremoto del 1980, alla direzione del Comprensorio Vesuviano Esterno per passare successivamente allo Spi Cgil.
Mi ha colpito l’insistenza su di un punto che sembra a me – e forse anche a Combattente - cruciale per comprendere la vicenda dei comunisti.
Nelle sezioni di partito si svolgevano negli anni Cinquanta e Sessanta attività sociali di grande rilevanza. Vi erano medici che gratuitamente assistevano persone bisognose in laboratori di fortuna, come il cardiologo Vittorio De Franciscis, o personalità come Rascid Kemali, figlio di un funzionario dello Stato italiano in Libia, di origine turca, che aveva la fama di “avvocato dei poveri”. Centinaia di attivisti garantivano ogni forma di accompagnamento a individui e famiglie nel disbrigo di pratiche e di ogni altra incombenza.
A seguito delle nevicate del 1956, coi cantieri fermi e la città nella morsa di un freddo insolito, si aprì una vertenza cittadina per avviare lavori socialmente utili come la spalatura della neve. Quando a Napoli scoppiò il colera del 1973, le sezioni del Pci, diversamente dalle amministrazioni pubbliche, dimostrarono una grande efficienza nel realizzare una vaccinazione di massa in poco tempo grazie alla mobilitazione di centinaia di giovani.
Questa forte capacità di aderire al tessuto connettivo dei ceti più poveri di Napoli, il cosiddetto popolino, che viveva in modo precario e privo di servizi essenziali, si traduce nella stagione dei movimenti della seconda metà degli anni Sessanta in una partecipazione attiva – da parte di questi ceti - alle lotte sociali.
Nel suo racconto Combattente insiste molto nella funzione educativa svolta dal Pci e dalla Cgil per far acquisire al popolino la cultura dei diritti e ottenere, dunque, una larga partecipazione alle lotte che hanno portato alle conquiste legislative sul lavoro e sui diritti sociali.
Andrebbe però sottolineato anche un altro aspetto. L’ansia di rinnovamento insita in quelle lotte era alimentata da una forte carica liberatoria: la soggettività, che non metteva in discussione solo il legame tra consumi e bisogni essenziali ma anche il rapporto tra politica e società. Dinanzi a processi di sviluppo in cui l’innovazione tecnologica aveva assunto un finalismo totalizzante, gli spazi aperti venivano cementificati senza alcun criterio razionale e l’organizzazione politica e sociale assumeva forme dirigistiche e di massificazione indistinta e anonima, i nuovi soggetti sociali che provenivano in gran parte da sub-culture fortemente individualistiche (sia nelle città che nelle campagne) hanno reagito per sollecitare la riconduzione del modello di sviluppo al fondamento individuale della democrazia occidentale, riproponendo la centralità della persona.
Combattente mette in risalto il dissenso dei ceti intellettuali nei confronti del Pci, che si attarda nel mantenere i legami con l’Est, ma non sottolinea abbastanza un disagio più diffuso che investe tutte le pieghe della società e che si rivolge criticamente anche verso la sinistra.
Quella domanda latente di cambiamento i comunisti non avrebbero potuto né suscitarla né alimentarla perché riguardava proprio le loro rigidità ideologiche con cui affrontavano i temi del mercato e dello sviluppo capitalistico, del nesso tra eguaglianza e libertà, del ruolo della donna nella coppia e nella società, dell’etica della responsabilità, della libertà religiosa e delle relazioni tra chiesa e società, dei diritti civili, della salvaguardia del merito, del rapporto uomo-natura. Certo vi erano differenze e sensibilità diverse tra “operaisti” e “riformisti” ma vi era anche un enorme ritardo culturale complessivamente, soprattutto a livello di base, e i gruppi dirigenti non vollero mai avviare una decisa azione per superarlo.
Quella domanda di adeguamento è rimasta inevasa fino ai giorni nostri perché richiedeva e richiede un confronto politico aperto tra posizioni diverse e una capacità di gestire processi di democrazia partecipata per pervenire a posizioni condivise.
E’ forse in questo modo che si può spiegare perché negli anni Settanta la spinta al lavoro si traduce nella richiesta del “posto stabile e sicuro” e nel principio “del lavoro a chi lotta” dei comitati dei disoccupati organizzati.
Nel libro si raccontano episodi raccapriccianti che denotano il livello di illegalità e di violenza raggiunto da questi organismi nei rapporti con le amministrazioni comunali capeggiate da Maurizio Valenzi, con il Pci e coi sindacati. Come si fa ad intervenire per dare pari opportunità e capacità a partire dai più deboli sotto una pressione fatta di ricatti, prepotenze, violenze, prevaricazioni, collusioni con la camorra? Eppure il Pci e la Cgil hanno preferito convivere con tali spinte per non cimentarsi con l’elaborazione e la pratica di adeguate politiche del lavoro e per lo sviluppo e si sono fatti travolgere dalla continua emergenza. Il sistema politico complessivamente ha utilizzato i comitati come forme nuove di organizzazione del consenso, ma fu esso stesso strumentalizzato subendo pressioni sulle istituzioni da parte della camorra.
Nella prefazione di Biagio De Giovanni si afferma senza mezzi termini che “l’Italia non ha mai avuto un’esperienza socialdemocratica, e oggi è troppo tardi, sarebbe come una ‘minestra maritata’ (noi napoletani sappiamo che cosa è) riscaldata e sostanzialmente immangiabile”. C’è infatti bisogno di una cultura politica democratica che ricostruisca il concetto di eguaglianza non come appiattimento delle differenze ma come valorizzazione delle diverse capacità delle persone, da sostenere non solo nelle condizioni di partenza ma nel corso della vita di ciascuno, e dia il giusto peso al merito nel riconoscere e valorizzare le capacità delle persone.
Da questi principi non era distante solo la cultura politica del Pci ma è lontana anche quella della sinistra europea. Tuttavia, solo se saremo capaci di impostare le nostre proposte di governo sulla base di tali principi, potremo tornare a riprogettare il futuro assumendoci concretamente su di noi le sofferenze di tanti, come avveniva nelle sezioni comuniste e nelle camere del lavoro di un tempo.
Quel clima che Combattente ci racconta con così intensa partecipazione può apparire un "idiotismo della vita rurale" (di cui parlano Marx ed Engels, nel "Manifesto" del 1848, quando elevano l'inno ditirambico all'emergente borghesia), ma le generazioni che sono venute dopo sappiano che la sua perdita è un tragico impoverimento dell'esperienza umana.
R
Tag:
Condividi
Devi essere membro di la Rete delle Rose Rosse per aggiungere commenti!
Partecipa a questo social network